Autoritratto | Davide Enia

di e con Davide Enia
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
luci Paolo Casati
suono Francesco Vitaliti
si ringrazia Antonio Marras per gli abiti di scena

una co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna Teatri, Spoleto Festival dei Due Mondi

Vincitore dei Premi Ubu 2025 nelle categorie miglior Attore o performer
e Nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica

«Io non ho nessun ricordo del 23 maggio 1992. Non ricordo dove fossi, con chi, quando e dove ho appreso la notizia della bomba in autostrada che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e alcuni agenti della scorta. I miei parenti, i miei amici, i miei compagni, tutte le persone che conosco hanno un chiaro ricordo di quel giorno. Io ho un vuoto che non si riempie. Le mie difese emotive hanno operato una rimozione tanto profonda quanto dolorosa. Ma non è la rimozione uno degli effetti della nevrosi?»

In Sicilia, fino alle stragi, quasi tutti abbiamo avuto un rapporto di pura nevrosi con Cosa Nostra. La mafia è stata minimizzata, sottostimata, banalizzata o mitizzata: non è mai stata affrontata per quello che è. A questo sfocamento è corrisposta una inconscia introiezione delle medesime modalità di comportamento. In una culla culturale in cui «’a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice» (prima soglia dell’omertà), affrontare davvero Cosa Nostra significa avviare un processo di autoanalisi: non capire la mafia in sé, ma comprendere la mafia in me.

A Palermo tutti abbiamo pochissimi gradi di separazione con Cosa Nostra. Il primo morto ammazzato l’ho visto a otto anni. Il giudice Borsellino abitava di fronte a casa nostra, sono cresciuto giocando a calcio con suo figlio, e Padre Pino Puglisi era il mio professore di religione al liceo. Tutti possediamo una costellazione del lutto le cui stelle sono persone ammazzate dalla mafia.

Lo spettacolo prende in esame uno spartiacque della coscienza collettiva: il rapimento e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Di fronte all’orrore e al male assoluto, la risposta della scena attinge direttamente al vocabolario teatrale palermitano: il corpo, il canto, il dialetto, il pupo, la recitazione e il cunto.

Tragedia, orazione civile e confronto serrato con lo Stato e la memoria, questo lavoro è un processo di autoanalisi condiviso: un autoritratto al contempo intimo e collettivo.

Durata: 90 minuti